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Intanto
la memoria. Correvamo lungo i viali del giardino, incuriositi
dai giochi d'acqua, e alla ricerca delle invenzioni grottesche
delle quali tante volte ci avevano raccontato. Nel ricordo tornano
le immagini del monaco destinato a spaventarti, salendo il vecchio
gradino malandato, dietro l'improvvisa apertura del portone;
oppure quelle delle stalattiti e delle stalagmiti di sughero,
millantatori speleologi dentro la grotta falsa, anch'essa inserita
nel mosaico delle pantomime di un fantasioso castellano. E poi
ci perdevamo dentro il labirinto, gridando la falsa paura per
un'impossibile uscita alla luce e alla vita: a volte - e' sempre
il ricordo a giocare le sue carte - se eravamo in compagnia
dell'amica del cuore, ci capitava di sperarlo di restare intrappolati,
chiusi tra un angolo e l'altro degli alti muri, e cacciati via
come topi in trappola contro l'angolo del fondo di bottiglia,
un atteso e ricercato "cul de sac".
Nella memoria dell'infanzia, quando - prima che il castello diventasse di pubblica
fruizione - una catena di agganci e di amicizie ci faceva ottenere il permesso per una
visita, per una domenica diversa. E nello stemmato cortile, davanti alla scala imperiale
e possente, ci perdevamo, correndo, in rumorosi rimpiattini che lo stato di ospiti
privilegiati rendeva possibili (anche se certo non meno fastidiosi per gli abitanti
del castello).
E quando stanchi, un angolo del cortile ci accoglieva sudati,
cominciava il gioco degli indovinelli, lo scambio inesistente
degli scioglilingua, oppure il divertimento dell'immaginazione
per sognare la vita che il castello aveva ospitato nei secoli
passati, le grandi
feste,
le dame eleganti, i cavalieri, che si trascinavano "l'armi,
gli amori" che qualcuno piu' grande, sorvegliante tra il cerbero
e l'accomodante, si dilettava a citare con un pizzico di ostentata
cultura da orecchiante. Ma erano le immagini dei cani e dei
gatti che si rincorrevano tra le basole e si nascondevano dietro
gli orci, o dentro i magazzini, a coinvolgerci ancora di piu'.
E Il castello di Donnafugata, cosi' nella memoria si una infanzia
ormai lontana, non esibiva architettura o arredamenti, lussi
o ricchezze, quanto piuttosto le tradizionali scontate abitudini
della vita di campagna (e c'era in ognuno di noi ancora intatto
allora, gli anni '50, il gusto della villeggiatura), come amplificate
pero' dagli spazi enormi di un luogo monumentale.
Sulla sera, quando il tramonto dietro le fronde dei carrubeti intorno,
lasciava spazio al buio ed ad un cielo stellato?("il cielo stellato sopra di noi" di Kant),
allora restava colo da scoprire le mani delle donne che lavoravano i ricami
e che creavano gli sfilati , mentre da un altro angolo del cortile arrivava
fumante l'odore della ministra e magico il profumo di insalate trionfanti di pomodoro e sedano.
Solo piu' tardi avrei scoperto la valenza architettonica del castello,
del maniero voluto da Corrado Arezzo, senatore del Regno, e poi ulteriormente
ampliato dai Lestrade, quando l'acquisizione al patrimonio comunale del
castello e del parco e l'avvio di una lenta ma febbrile azione di recupero
e di restauro, oggi felicemente portata ai primi visibili traguardi,
ne ha fatto non solo un monumento presente nel territorio, nella bella campagna
iblea, ma anche un'attrattiva turistica sulla quale puntare per lo sviluppo e la
crescita della economia provinciale.
Caratterizzato da un'architettura insolita, esempio affascinante di un mirabile
eclettismo, risultato della successione e della sovrapposizione di interventi voluti
dai diversi proprietari, ma certamente non estraneo al gusto dello stesso Corrado Arezzo,
con la sua voracita' culturale e la sua variegata poliedricita' d'interessi, ma anche
ricco di particolari preziosi, destinati ad affiancare ampi spazi luminosi a tutto
un gioco interno di ambienti incastonati l'uno nell'altro in un mosaico di tessere,
il castello di Donnafugata e' esempio emblematico di quella attenzione delle famiglie
aristocratiche siciliane per la casa di campagna, sorta di elegante dimora del
proprietario per molti mesi dell'anno, ma anche luogo deputato per sorvegliare e
verificare l'andamento agricolo del latifondo.
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| Tutto il materiale e' tratto dal testo "Donnafugata il castello" edito da: Filippo Angelica Editore |
| I testi sono a cura di: Carmelo Arezzo, Gaetano Cosentini, Milena Gentile, Biagio Guccione, Giacometto Nicastro |
| Le schede Botaniche sono di: Tiziana Turco Le Foto di: Giuseppe Leone |
| Si ringraziano l'editore e gli autori per la gentile concessione |
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